Il divieto pesca sul Lago di Como, in particolare quello relativo agli agoni nel periodo primaverile, nasce da una finalità condivisibile: la tutela dell’ambiente e della biodiversità. In primavera, infatti, gli agoni depongono le uova lungo le rive del lago, in zone dove l’acqua è bassissima, spesso di pochi centimetri. Proprio per proteggere questa fase delicata della riproduzione, è stato imposto il divieto pesca, accompagnato da sanzioni molto severe per chi non lo rispetta.
Tuttavia, ciò che dovrebbe rappresentare una misura di tutela ambientale rischia di trasformarsi in una clamorosa contraddizione, quando chi dovrebbe proteggere l’ecosistema finisce per danneggiarlo in modo ben più grave.
Il senso del divieto pesca degli agoni
Il divieto pesca degli agoni in primavera ha una logica chiara: impedire che l’uomo interferisca con il ciclo naturale di riproduzione della specie. Le uova vengono deposte direttamente sulla riva, in zone facilmente accessibili e quindi estremamente vulnerabili.
Per questo motivo, ai pescatori è vietato pescare anche un solo esemplare. Le multe previste sono molto salate, proprio per scoraggiare qualsiasi comportamento che possa compromettere l’equilibrio dell’ecosistema del lago.
Fin qui, nulla da contestare: il divieto pesca appare giusto e necessario.
Un fatto grave verificato sul campo
In primavera, però, ho potuto verificare personalmente un episodio molto grave, che mette seriamente in discussione la coerenza delle politiche ambientali adottate sul Lago di Como. La chiusa di Olginate, che regola il livello dell’acqua del lago, è stata aperta improvvisamente.
Il giorno precedente all’apertura della diga, le rive erano completamente ricoperte dall’acqua. Il giorno successivo, invece, il livello si era notevolmente abbassato, lasciando allo scoperto migliaia di uova di agone, deposte proprio lungo la riva.
Migliaia di uova distrutte
Il risultato di questa manovra è stato devastante: le uova, rimaste all’asciutto, non hanno prodotto nemmeno un pesce. Un intero ciclo riproduttivo è stato cancellato in poche ore, non da pescatori irresponsabili, ma da una decisione presa da un organo deputato al servizio pubblico.
Questo episodio solleva una domanda inevitabile: che senso ha imporre un rigido divieto pesca ai cittadini, se poi le stesse istituzioni permettono o causano danni ambientali ben più gravi?
Due pesi e due misure
La contraddizione è evidente. Da un lato, il pescatore che viola il divieto pesca rischia sanzioni pesanti anche per la cattura di un solo agone. Dall’altro, un intervento tecnico come l’apertura della diga provoca la distruzione di migliaia di uova, senza che vi siano conseguenze visibili o responsabilità chiare.
Questo sistema a due pesi e due misure mina la credibilità delle politiche ambientali e genera sfiducia nei cittadini che, invece, cercano di rispettare le regole.
Un problema di gestione e competenze
Ciò che emerge da questa vicenda non è solo un problema ambientale, ma anche un problema di gestione e di competenze. Decisioni che incidono profondamente sull’ecosistema dovrebbero essere prese sulla base di conoscenze tecniche e scientifiche, non in modo automatico o burocratico.
Il sospetto, purtroppo diffuso, è che molte posizioni nevralgiche vengano assegnate per appartenenza politica, piuttosto che per reale competenza. Questo porta a scelte che ignorano le conseguenze concrete sull’ambiente e sul territorio.
Il divieto pesca come simbolo di un problema più ampio
Il caso del divieto pesca sul Lago di Como diventa così il simbolo di un problema più grande: in Italia, spesso, le regole colpiscono i cittadini, mentre le istituzioni non sempre applicano a se stesse lo stesso livello di attenzione e responsabilità.
Proteggere l’ambiente non significa solo vietare, multare e controllare, ma anche agire in modo coerente, evitando interventi che annullano gli sforzi di tutela.

