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Scuola o servizio clienti? Il declino dell’autorevolezza docente

Libertà di insegnamento: principio costituzionale o semplice illusione?Se l’insegnante non può più insegnare

C’è una domanda che mi pongo sempre più spesso:
la libertà di insegnamento esiste davvero, o è diventata solo una bella espressione scritta sulla carta?

Ho l’impressione che negli ultimi anni il ruolo degli insegnanti si stia svuotando lentamente, quasi senza che ce ne accorgiamo. Un tempo erano punti di riferimento, guide culturali ed educative. Oggi, troppo spesso, vengono trattati come semplici esecutori di un servizio.

E non è solo una questione di stipendi bassi — che già di per sé sono un segnale forte di quanto poco venga valorizzato questo lavoro — ma anche di percezione sociale.

Sempre più spesso sento genitori criticare apertamente il lavoro degli insegnanti:

  • “Dà troppi compiti.”
  • “È troppo severa.”
  • “Non può mettere un’insufficienza così.”
  • “Dovrebbe capire di più i ragazzi.”

Mi è capitato personalmente di assistere a una scena che mi ha lasciata senza parole: una madre che insisteva perché venisse modificato in positivo un voto insufficiente dato al figlio: un ragazzo che durante l’anno non aveva praticamente mai aperto il libro, che in classe disturbava, e che durante le verifiche si sedeva accanto alle compagne che avevano studiato per copiare.

Eppure, secondo la madre, il problema non era l’atteggiamento del figlio.
Il problema era l’insegnante.

Mi chiedo: quando abbiamo deciso che chi studia e lavora con competenza debba essere messo costantemente sotto processo da chi, nella maggior parte dei casi, non conosce né la didattica né la gestione di una classe?


La scuola è diventata un servizio “a richiesta”?

Sembra quasi che la scuola stia diventando un servizio modellabile sulle richieste dell’utenza.
Se il voto è basso, si discute.
Se i compiti sono troppi, si protesta.
Se c’è una nota disciplinare, si contesta.

Ma educare significa anche dire dei no.
Significa insegnare il valore dell’impegno, della responsabilità, del rispetto delle regole.

Se un insegnante non può più valutare liberamente, se deve temere contestazioni continue, pressioni, ricorsi, allora che tipo di autorevolezza può trasmettere?


Decisioni dall’alto, conseguenze nelle classi

Spesso le politiche scolastiche vengono decise da chi non vive quotidianamente le aule. Si parla di innovazione, di inclusione, di semplificazione, ma nella pratica molte scelte finiscono per indebolire la figura dell’insegnante.

Se si comunica continuamente che “il cliente ha sempre ragione”, inevitabilmente anche nella scuola passa questo messaggio:
il genitore, e spesso anche oramai gli alunni, si sentono autorizzati a intervenire sul metodo, sulle valutazioni, perfino sui contenuti.

Ma la scuola non è un supermercato.
Non è un servizio personalizzabile in base alle preferenze individuali.

È un’istituzione educativa.


E i ragazzi, cosa imparano?

Se un figlio vede il genitore contestare ogni voto, ogni richiamo, ogni valutazione, quale messaggio interiorizza?

Che l’errore non è un’occasione per migliorare, ma un’ingiustizia da combattere.
Che la responsabilità è sempre di qualcun altro.
Che l’autorità si può aggirare facendo pressione.

Così facendo, non stiamo proteggendo i nostri figli.
Stiamo togliendo loro un’occasione di crescita.


Rispetto reciproco

Nessuno dice che gli insegnanti siano infallibili. Sbagliare è umano, in ogni professione.
Ma un conto è il dialogo costruttivo, un altro è la delegittimazione continua.

Se vogliamo una scuola migliore, dobbiamo restituire dignità e fiducia a chi ci lavora ogni giorno.
Perché senza autorevolezza, non c’è educazione.
E senza educazione, non c’è futuro.

Forse la vera domanda è questa:
vogliamo una scuola che formi persone responsabili, o una scuola che distribuisca solo promozioni?

E’ giusto premiare anche chi non merita?

Che messaggio diamo a quegli alunni che si impegnano con costanza e serietà, quando vedono che anche chi non fa nulla e crea problemi in classe tutto l’anno viene premiato?

Io, sinceramente, comincio a preoccuparmi.

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